Sii gentile

Oggi, 13 novembre, è la Giornata della Gentilezza.

Sì, quella cosa che sulla carta sembra facile, ma che nella vita reale richiede la pazienza di un monaco tibetano e la serenità di chi riesce a non perdere la calma neppure in fila alle Poste.

Prima della lettura, ho lanciato la domanda fatidica: “Secondo voi, che cos’è la gentilezza?”

Ed è partito il festival delle risposte sorprendenti… un misto di filosofia spicciola, logica disarmante e saggezza a misura di bambino.

“È non picchiare nessuno” – risposta un po’ scontata, ma politicamente corretta.

Poi a ruota una serie di risposte simili: “È non spingere”, “È non dare pugni”, ecc.

E subito dopo, come in un crescendo di dolcezza, sono arrivate le risposte da veri esperti del cuore, quelle per così dire “giuste”, quasi che i bambini fossero già a conoscenza delle riflessioni presenti nel libro: “È aiutare”, “È consolare”, “È esserci quando qualcuno è triste”.

Touché, bambini. Touché.

Abbiamo quindi letto insieme “Sii gentile”: insieme perché io leggevo l’albo e, contemporaneamente, ne mostravo non solo le immagini, ma lo condividevo alla LIM dopo averne fatto a casa una scansione (e non me ne voglia qui l’autore).

“Sii gentile”, di Pat Zietlow Miller, racconta della gentilezza partendo da un episodio accaduto a scuola: la piccola Tanisha viene derisa dai compagni per aver rovesciato il succo d’uva sul suo vestito nuovo. Così chi le è vicino cerca di farla sentire meglio, ricordandosi ciò che la mamma le raccomanda sempre: essere gentile.

Da qui la ricerca della risposta alla domanda: ma cosa significa davvero essere gentili?

Un albo dunque delicato come una carezza, dove ogni pagina ti ricorda che basta poco per rendere il mondo un posto migliore.

Facile a dirsi, meno a farsi.

Dopo aver annotato sul quaderno cosa significa essere gentili, abbiamo messo in pratica il tutto con un’attività di Maestra in Blue Jeans: “Diamoci una mano”.

Un titolo poetico, ma anche un invito concreto: ogni bambino ha scritto dentro ogni mano (da colorare o già ritagliata su fogli colorati) un gesto di gentilezza.

Le 5 mani consegnate a ogni bambino sono state inserite in un “barattolo” di carta, incollato sul quaderno, quasi fosse un bouquet di “fiormani”.

Il risultato? Un insieme di mani aperte, pronte ad abbracciare il mondo (e magari a chiedere un cinque alto).

C’è chi ha parlato semplicemente di “amare”, chi di “aiutare la mamma, il papà, un cugino, una nonna”, chi di “condividere giochi o merenda”, chi di “non prendere in giro”, chi di “donare ai poveri” e chi, con mia grande gioia, di “dare attenzione alle maestra” (e già solo per questo commento il mio lavoro di oggi non è stato vano).

La verità? I bambini lo sanno: la gentilezza non è un dovere, ma un superpotere.
È contagiosa, fa meno rumore di un rimprovero e lascia più tracce di un’impronta digitale su un tablet.

Così mentre li guardavo preparare le loro manine e scrivere frasi “storte” e incerte (siamo in una seconda primaria), con qualche errore ortografico e/o grammaticale, ho pensato che forse la gentilezza è proprio questo: un gesto piccolo, magari imperfetto, ma vero.

Perché alla fine, la gentilezza non si insegna: si prova, si sbaglia, si riprova.
E se hai fortuna, ti rimane addosso come i brillantini, impossibili da togliere ma bellissimi da vedere.

Maria Natale

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