“La città delle cose dimenticate”: Massimiliano Frezzato è poesia, un artista che di mestiere fa l’illustratore, ma sa trasformare, come solo i grandi artisti sanno fare, un tratto, un colore o un paesaggio in un significato, che parla anche senza testo, senza didascalia.

“La città delle cose dimenticate” andrebbe visitata di tanto in tanto, magari prima di andare a dormire, così, chissà, da fare un sogno altrettanto fantastico e potersi svegliare con la voglia prendersi cura delle cose, non per le cose, ma per la CURA.

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Se c’è chi crede che i sogni non possano prendere forma, deve leggere almeno una volta “La città delle cose dimenticate” di Massimiliano Frezzato. Consolidata la collaborazione con la casa editrice lucana Lavieri, il terzo volume della serie “Maledette Fiabe” è un sogno che si dispiega su 112 tavole, meravigliosamente illustrate, che pagina dopo pagina portano il lettore in una dimensione altra, straniante, ma non sconosciuta, a tratti minacciosa, ma attraente.

Una notte, una bambina, gli affidò un compito: “Trova il signore di Sha e renditi utile”. La città di Sha era il luogo dove tutte le cose dimenticate approdavano. A prima vista non sembrava esserci anima viva, ma solo il vento che creava una melodia costante come una ninna nanna, fluttuando tra i palazzi senza porte né finestre. Eppure, proprio in quel luogo c’era un via vai di arrivi continuo e chissà che sarebbe successo se un vecchio merlo, con la sua meticolosità, non se ne fosse preso cura. Non lo faceva per le cose in sé. Lo faceva per la cura.

Il Signore di Sha era proprio quel merlo che, in compagnia di una lumaca onnivora, aveva un gran da fare per mettere ordine in quel mondo di cose dimenticate. Se ne vedevano davvero di ogni: libri che andavano sbiancati e stesi ben bene ad asciugare, orologi a cui togliere le lancette litigiose, parole da imbottigliare e stappare per piangere nel vederle andar via e, così, recuperare la bevanda preferita dei fantasmi dimenticati. C’erano uova amanti di fotografie dimenticate, tantissimi giocattoli, e persino le paure. Quando arrivava la notte, il momento più affascinante della giornata, Sha si trasformava: le case iniziavano a danzare tra loro, il deserto si faceva mare ed il grande svolazzare di disegni dimenticati poteva avere inizio. I sogni degli abissi ne erano ghiotti e si intrattenevano col merlo finché la Luna non si tuffava nel mare per annunciare a tutti la buona notte. La mattina iniziava presto con gli ideali caduti nella notte e così il merlo e la lumaca si rimettevano in azione senza sosta. Beh, qualcosa che li fermava c’era. Erano gli specchi. Nell’immagine riflessa, il signore di Sha sembrava ritrovare qualcosa che persino lui aveva dimenticato. Il merlo non era l’unico a ritrovare qualcosa negli specchi, c’erano le persone dimenticate. Finalmente riprendevano colore e riuscivano a ricordarsi di sè stessi.

Una volta a Sha arrivò persino la guerra. Fu orribile e lasciò un piccolo pianetino ferito dietro di sè. Il merlo con pazienza e dedizione si prese cura anche di lui, ma, per cercare di guarire la sua ferita, scatenò una esplosione inaspettata capace di vomitare ogni possibile oggetto che sul pianeta poteva esser stato amato e, poi, dimenticato. Questo turbinio di cose lasciò il posto ad una neve fitta che coprì tutto col la sua coltre di candida pace. Sha stava sprofondando, ma una bambina dimenticata volò via con un fiocco di neve. In tanti la seguirono, finché a Sha non rimase più nessuno. Non si videro per giorni nemmeno il merlo e la lumaca, finché un giorno ricomparve più colorato del solito per poi volare via lasciando al visitatore il grande compito di prendersi cura delle cose dimenticate per ritrovare, chissà, anche sè stesso.

“La città delle cose dimenticate” è una poesia. Una poesia di un artista che di mestiere fa l’illustratore, ma sa trasformare, come solo i grandi artisti sanno fare, un tratto, un colore o un paesaggio in un significato, che parla anche senza testo, senza didascalia. Un libro pensato per i piccoli, ma fruibile da un pubblico ben più ampio. Un altro lavoro di qualità che va esattamente nella direzione scelta dalla Lavieri: avvicinare due mondi apparentemente lontani come la letteratura e le sue forme illustrate. “La città delle cose dimenticate” non è un’opera semplice, la scelta è stata ardita, ma assolutamente valida.

Le immagini a tutto campo, i cambi di prospettiva, i primissimi piani, i fiocchi di neve come stelle lucenti sullo sfondo nero sono un incantamento. I testi surreali aprono alla dimensione onirica, ma anche dell’inconscio e toccano le corde scoperte dell’animo sensibile. L’attenzione all’ambiente, la facilità con cui si dismettono cose e persone, l’impoverirsi del lessico, la perdita del tempo dedicato al recupero, lo smarrirsi delle identità per volontà o malattia, sono tutti temi profondi del reale, trattati, però, con leggerezza, tenerezza e rispetto.È anche questa la maestria dell’autore-illustratore: cogliere la dimensione tipica dell’animo del bambino che vive ancora la realtà come un sogno per farne una favola moderna la cui morale deve far riflettere soprattutto i grandi. La città delle cose dimenticate” andrebbe visitata di tanto in tanto, magari prima di andare a dormire, così, chissà, da fare un sogno altrettanto fantastico e potersi svegliare con la voglia prendersi cura delle cose, non per le cose, ma per la CURA.